
La situazione dei sei professionisti sanitari indagati nella triste storia del piccolo Domenico si complica ulteriormente. In seguito alla previsione di un’autopsia che sarà eseguita a breve dalla Procura di Napoli, gli inquirenti hanno deciso di contestare l’ipotesi di omicidio colposo, abbandonando l’accusa precedente di lesioni colpose gravi. La salma del bambino è stata sequestrata, e il cuore, oggetto di un trapianto fallito lo scorso 23 dicembre, sarà esaminato dagli esperti per accertamenti diagnostici futuri.
Uno dei sei indagati, il cardiochirurgo Guido Oppido, si sta difendendo tramite i suoi avvocati, che affermano che il medico ha agito con grande professionalità e responsabilità, cercando in ogni modo di salvare la vita di Domenico. Gli avvocati Alfredo Sorge e Vittorio Manes hanno dichiarato che il medico ha lottato contro il tempo e ha fatto tutto il possibile per offrire un futuro al bambino.
Le indagini proseguono, con gli investigatori che stanno analizzando documenti e ascoltando testimoni per evitare che eventi simili possano ripetersi. Tra gli aspetti sotto esame vi è la catena di eventi che ha portato al danneggiamento dell’organo prelevato a Bolzano, il quale è stato esposto a temperature estremamente basse durante il viaggio di ritorno. È emerso che, nonostante l’ospedale Monaldi disponesse di tre box di ultima generazione per il trasporto di organi, in quel giorno fu scelto un contenitore obsoleto, inappropriato per le linee guida attuali, utilizzato in maniera inadeguata a causa della mancanza di formazione del personale.
In aggiunta, gli investigatori stanno raccogliendo informazioni sull’approvvigionamento del ghiaccio secco, erroneamente utilizzato al posto di quello tradizionale. Nonostante il cuore danneggiato sia stato impiantato nel piccolo, non ha mai ripreso a funzionare. Un’altra questione centrale è la gestione della sala operatoria: se ci si fosse accorti dell’inadeguatezza dell’organo prima di espiantare il cuore di Domenico, il bambino avrebbe potuto salvarsi.
L’avvocato della famiglia del piccolo, Francesco Petruzzi, ha sollevato ulteriori quesiti riguardo a possibili danni all’organo già in fase di espianto, suggerendo la presenza di un’altra equipe nel momento critico, il che potrebbe aver complicato ulteriormente la situazione.