
La scelta del Partito democratico di orientarsi verso il “no” alla legge contro l’antisemitismo viene giudicata un errore da una parte importante dell’area riformista. Dopo una lunga riunione del gruppo alla Camera, a far sentire la propria voce sono stati soprattutto Piero Fassino e Walter Verini, ma sotto la superficie c’è una preoccupazione più ampia: il timore che questo passaggio possa aprire la strada ad altri riposizionamenti politici.
Tra i riformisti circola infatti un clima di allerta. Il dubbio è che la nuova linea sul testo contro l’antisemitismo possa preludere a un atteggiamento diverso anche su altri dossier delicati, a partire dall’Ucraina. Non passa inosservato, in questo senso, il precedente del Senato, dove a marzo M5s e Avs votarono contro la proposta, mentre il Pd si era limitato all’astensione. Un allineamento che, secondo alcuni esponenti democratici, si è rafforzato dopo la kermesse in cui il Movimento 5 Stelle ha ribadito il suo no all’invio di armi a Kiev.
Formalmente, la decisione del Pd non è ancora definitiva. La segretaria Elly Schlein ha chiesto alla destra di modificare la definizione contestata, ritenuta da molti troppo rigida perché legata alla formula dell’Ihra, l’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto. Una parte del centrosinistra teme che possa trasformarsi in un limite alla critica verso il governo israeliano. Ma la replica del centrodestra è stata netta: “Non cambieremo nulla”, ha tagliato corto Maurizio Gasparri.
Nel frattempo, all’interno del Pd emergono sensibilità diverse. Fassino rivendica che una critica dura al governo Netanyahu non sia in contraddizione con un impegno fermo contro l’antisemitismo. Verini ribadisce che il testo non vieta affatto di contestare Israele, ricordando come la proposta originaria fosse stata già corretta per eliminare i rilievi penali. Anche Paolo Ciani, pur con molte riserve, ammette il disagio di fronte a una legge percepita come imperfetta ma necessaria.
Fuori dal partito, le reazioni sono dure. Sinistra per Israele parla di una svolta incomprensibile, mentre Davide Romano, direttore del Museo della Brigata ebraica di Milano, arriva a definirla un vero tradimento dei valori della sinistra e della comunità ebraica. Il confronto resta aperto e il voto, atteso solo nelle prossime settimane, promette di riaccendere le tensioni dentro e fuori il Pd.