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Giuristi in battaglia sulla legge elettorale: appello del centrosinistra alle firme, Conte risponde senza Iv

Si prepara la battaglia fuori dal Parlamento

Anche se il via libera definitivo non è ancora arrivato, attorno alla riforma della legge elettorale si sta già organizzando una mobilitazione parallela a quella parlamentare. Mentre in commissione alla Camera continua lo scontro sulle preferenze, un gruppo composto da giuristi, esponenti politici e rappresentanti della società civile sta valutando una serie di ricorsi da depositare da metà ottobre in una trentina di tribunali, con l’obiettivo di arrivare a una decisione della Consulta prima del ritorno alle urne.

Ricorsi e iniziative sui territori

A coordinare il lavoro è il professor Roberto Zaccaria, che parla di un tentativo di “ricreare lo spirito del referendum” attraverso due binari: da un lato gli incontri sul territorio, già in programma da Milano a Bari, dall’altro i ricorsi che partiranno non appena il testo sarà pubblicato in Gazzetta ufficiale. Secondo il giurista, i depositi avverranno in ottobre e nel giro di circa tre mesi potrebbe essere sollevata la questione davanti alla Consulta, dopo la valutazione dei giudici sulla non manifesta infondatezza.

Le polemiche in Aula e il nodo delle firme

Intanto il provvedimento prosegue il suo iter a Montecitorio senza particolari scossoni, ma non mancano le critiche. In commissione sono stati bocciati diversi emendamenti, compreso quello delle opposizioni che chiedeva di eliminare i capolista bloccati e lasciare solo le preferenze. Dal Pd arrivano accuse di “presa in giro”, mentre dal M5s si parla di “preferenze farlocche”. Restano aperte anche le tensioni sulle firme: Pd, M5s, Avs e +Europa chiedono modifiche o almeno la raccolta online, mentre Italia Viva non ha aderito all’appello.

Il voto segreto e il rischio spaccatura

Tra i passaggi più delicati ci sono i due voti segreti in Aula, fissati per il 1° ottobre e soprattutto per l’8 ottobre. La maggioranza dovrà fare i conti con una prova molto insidiosa, tanto che Giuseppe Conte ipotizza una possibile frattura interna. Se accadesse, avrebbe detto, si tratterebbe di un fatto politico di grande rilievo. Nel frattempo, la premier Meloni ha chiesto la massima presenza dei parlamentari, consapevole della posta in gioco su una riforma che continua a dividere profondamente il quadro politico.