
1 e 8 ottobre sono le giornate da cerchiare in rosso sul calendario per la legge elettorale. In base al programma attuale dei lavori, l’Aula della Camera dovrebbe pronunciarsi a scrutinio segreto prima sulle pregiudiziali di costituzionalità presentate dalle opposizioni e poi, una settimana dopo, sul voto finale della riforma. Nel centrodestra, al momento, prevale un cauto ottimismo in vista di quello che viene considerato un vero e proprio stress test per Montecitorio.
La premier, però, continua a mettere in chiaro che un eventuale passo falso avrebbe conseguenze politiche rilevanti. Se la fiducia dovesse saltare, infatti, il governo sarebbe pronto a prenderne atto. L’ipotesi allo studio è quella di porre la fiducia su uno o più articoli del testo, forse fino a quattro considerando le modifiche arrivate dal Senato, anche se nel governo si ragiona pure su una soluzione più limitata, concentrata soprattutto sul tema delle preferenze.
Intanto le opposizioni preparano la loro offensiva. In commissione Affari Costituzionali alla Camera sono stati depositati 63 emendamenti, tutti firmati dai gruppi di minoranza. Circa quaranta sono proposte condivise dal centrosinistra e spaziano dalle preferenze pure alla parità di genere fino alle firme necessarie per presentare le liste. Le firme portano quelle dei capigruppo Simona Bonafè, Alfonso Colucci e Filiberto Zaratti, oltre a Riccardo Magi e Maria Elena Boschi.
Per questa settimana, però, in commissione non sono attese sorprese: il centrodestra dispone di una maggioranza ampia e solida. Lo scontro vero si consumerà nella settimana successiva, quando il testo approderà in Aula dopo il rinvio deciso in capigruppo a causa dell’ingorgo di decreti. Le opposizioni rilanceranno le stesse proposte, convinte che la scelta del governo di valutare la fiducia confermi le sue difficoltà interne. Dal centrosinistra arrivano accuse dure: per Elly Schlein si tratta di una riforma da fermare con un muro, mentre per gli altri esponenti dell’opposizione è una legge che nasce dalla paura di perdere e che rischia di alterare in modo pesante il quadro politico.