
Oggi si arriva a un passaggio decisivo nella vicenda di Giulio Regeni, a quasi dieci anni dal suo ritrovamento senza vita in Egitto, con segni evidenti di tortura e violenza. La prima Corte d’Assise di Roma pronuncerà la sentenza nel procedimento contro i quattro imputati, tutti legati ai servizi segreti del Cairo. Per l’accusa, quella di oggi rappresenta la prima verità processuale costruita attraverso documenti, testimonianze e riscontri tecnici.
Il sostituto procuratore Sergio Colaiocco ha chiesto l’ergastolo per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, indicato come l’uomo che avrebbe materialmente ucciso Regeni, e pene di 17 anni e mezzo per Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Tareq Sabyr. Secondo l’accusa, non si è trattato di un delitto isolato, ma dell’esito di un’azione organizzata, fredda e sistematica, compiuta da uomini dello Stato e non da criminali comuni.
In aula, anche oggi, ci saranno i genitori di Giulio, che da sempre chiedono verità e giustizia. La loro legale, Alessandra Ballerini, ha ricordato come la famiglia abbia affrontato anni di dolore, pressioni e ostacoli senza mai cedere all’odio o alla voglia di vendetta. Il loro percorso, segnato da incontri istituzionali e continue difficoltà, è diventato il simbolo di una ricerca di giustizia portata avanti con dignità.
Per la Procura, Giulio Regeni non era una spia, ma un giovane ricercatore di 27 anni finito dentro una spirale di violenza e depistaggi. L’accusa sostiene che fu privato non solo della libertà e della vita, ma della sua stessa umanità, in uno spazio in cui il diritto venne sostituito dall’arbitrio. Una vicenda che continua a pesare sui rapporti tra Italia ed Egitto e che oggi, finalmente, attende una risposta giudiziaria.