
Nel caso di Giulio Regeni si apre ora la strada del processo d’appello, anche se i tempi non saranno brevi. Dopo la sentenza pronunciata martedì dalla prima Corte d’Assise di Roma, che ha condannato a 10 anni di reclusione tre 007 egiziani per il solo reato di sequestro di persona, i difensori d’ufficio degli ufficiali hanno annunciato l’intenzione di impugnare la decisione. Il quarto imputato, il generale Tariq Sabir, è stato invece assolto.
La strada del ricorso, però, presenta diversi ostacoli procedurali. Gli ufficiali coinvolti nel procedimento sono stati dichiarati assenti e questo potrebbe complicare ulteriormente la fase successiva. Una volta depositate le motivazioni della sentenza, previste tra fine dicembre e inizio gennaio, gli avvocati avranno circa un mese per presentare l’impugnazione. Nel frattempo, i legali intendono sollevare una questione di legittimità costituzionale contro alcune norme della riforma Cartabia, in particolare l’articolo 581, ritenuto potenzialmente lesivo del diritto di difesa.
Il nodo centrale resta comunque quello dei tempi. Un eventuale secondo grado potrebbe non cominciare prima di due anni, facendo slittare il procedimento ben oltre il 2027. Questo apre anche il tema della prescrizione, che per il reato di sequestro di persona è fissata a dodici anni e mezzo dai fatti contestati, quindi dal gennaio 2016. Il termine base arriverebbe al 2 agosto 2028, ma le sospensioni già maturate potrebbero spostarlo fino alla metà del 2030.
La Procura, che ha definito la decisione storica, attende ora di leggere le motivazioni prima di valutare se presentare a sua volta appello. Sul fronte civile, la Corte ha stabilito una provvisionale immediatamente esecutiva: 200 mila euro ciascuno per il padre e la madre di Regeni, 100 mila euro per la sorella Irene e 150 mila euro alla Presidenza del Consiglio. Sarà l’Avvocatura dello Stato a tentare di individuare i condannati e recuperare le somme dovute.