
Trentaquattro anni fa, il 23 maggio, si consumava una delle pagine più buie della storia italiana. La strage di Capaci portò via le vite di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e degli agenti della scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani. In quel tragico giorno, la mafia non solo attaccò dei magistrati, ma colpì anche le fondamenta stesse dello Stato, uomini e donne determinati a difendere la legalità e la sicurezza dei cittadini.
Falcone e il suo team erano del tutto consapevoli dei rischi con cui dovevano confrontarsi; tuttavia, non si tirarono indietro. La loro scelta di continuare a combattere contro la criminalità organizzata è la dimostrazione di un coraggio senza pari. Decisero di affrontare pericoli reali perché sapevano che ci sono battaglie che devono essere combattute fino in fondo.
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha sottolineato l’importanza di ricordare le vittime di Capaci: «Rinnoviamo il nostro impegno a custodire la loro memoria e la loro eredità». Ricordare non è un semplice esercizio retorico, ma un modo per riaffermare un patto generazionale che ci spinge a seguire la strada tracciata dai nostri predecessori. È un richiamo a mantenere vivi i valori che guidarono Falcone e i suoi uomini, culturalmente e moralmente, attraverso scelte quotidiane che riflettono l’onore e la responsabilità di servire lo Stato.
La memoria di Giovanni Falcone e delle vittime delle stragi mafiose continua a vivere attraverso le azioni di coloro che ogni giorno si dedicano, con sacrificio e passione, alla lotta contro la criminalità. È un dovere di tutti noi onorare il loro sacrificio, contribuendo con il nostro impegno alla costruzione di un futuro libero dalla violenza e dall’illegalità.